Un'ottima famiglia, di Stefania Andreoli - una recensione
Il libro mi è piaciuto, scrittura scorrevole, piuttosto coinvolgente e, cosa che sicuramente ha aiutato, non pesante, seebbene l'intento didascalico sia qua e là emerso con maggiore evidenza, essendo se non erro l'autrice una psichiatra. Ma, in ogni caso, apprezzo il fatto di riuscire a imparare nozioni o concetti di psicologia che l'autrice mi "somministri", per così dire, tra le righe di una storia agevole da leggere e accessibile.
Ciò detto, ho trovato che la scrittura in prima persona cozzi, narativamente, con la discovery, che avviene nell'ultima parte del romanzo, di quanto è accaduto e delle reali responsabilità nel ferimento del bambino. Come può la protagonista - voce narrante ipotizzare, all'inizio del romanzo, di credere a ipotesi completamente difformi da quella che lei (diversamente dal lettore) sa, quasi fin dall'inizio, essere la verità? La trovo una contraddizione logica che nasce da una scelta stilistica - la prima persona - che se da un lato ci cala di più nella narrazione dall'altro annulla la distanza tra chi narra e la lettrice, dovendo dare invece a chi legge una foto limpida di ciò che è pensato, e conosciuto, dalla protagonista, mentre così non è stato.
A parte questo, ho apprezzato il tentativo di far capire come dietro a situazioni apparentemente perfette si possa celare una situazione assai diversa, e di come il disagio e le sue conseguenze non nascano mai dal nulla, ma abbiano sempre, e dico sempre, un'origine rintracciabile in qualche vissuto. Non tutto è necessitato nel suo accadere, non sempre le stesse cause generano determinati effetti, ma sempre, voglio credere, alla radice di certe conseguenze ci sono determinate specifiche cause.
L'attenzione a chi ci circonda dovrebbe, questo è quello che traggo dal libro, dare la possibilità di scorgere quello che accade nell'altro - nella sua psiche - prima che esso sia "costretto" a farlo emergere, a volte anche con violenza. Far finta di non vedere è forse, anzi sicuramente, più comodo, ma non annulla ciò che ci si sforza di trascurare o che non si accetta, come la presenza del disagio laddove sembra albergare solo perfezione, un luogo - fisico ed emotivo - che fino alla fine del romanzo perpetua la sua disfunzionalità circoscrivendo il problema a chi ha commesso il reato e non ha chi ha creato le condizioni psicologiche perchè esso si verificasse.

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